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LA
SPOSA SIRIANA
Titolo originale Ha-kala ha-surit/The Syrian
Bride regia Eran Riklis origine
Israele/Francia/Germania 2004 durata 97'
distribuzione 01 Distribution età
consigliata dai 15 anni
Luglio,
2000. Una ragazza drusa, Mona, vive in un piccolo paese delle alture del
Golan occupate dagli Israeliani dal 1967, a ridosso del confine con la
Siria. Nel giorno delle elezioni presidenziali di questo Paese, la ragazza
deve sposarsi con un siriano che ha visto solo in foto e in video: Tallel,
star comica della tv. Mona proviene da una famiglia guardata a vista dalla
polizia israeliana perché il padre, Hammed, é un attivista
politico filo-siriano appena scarcerato. Per l'occasione tornano il fratello
di lei, l'avventuriero Marwan, e Hattem, il fratello maggiore sposato
a una russa malvoluta dai suoceri. Il problema é che, una volta
passato il confine, la sposa non potrà più tornare in Israele,
perché apolide ovvero senza patria. E la sua famiglia la perderà.
Dovrà lasciare anche la sorella Amal che vuole frequentare l'università
di Haifa, in contrasto con il marito musulmano integralista. Ma, quando
tutto sembra concludersi, sorgono numerose difficoltà burocratiche
da entrambe le parti (Siria e Israele) per un semplice timbro sul passaporto.
Invano una rappresentante della Croce Rossa, ex fidanzata di Marwan, cerca
di appianare la situazione. Alla fine la ragazza, grazie alla benevolenza
degli israeliani, potrà incontrare lo sposo.
Diretto
da un regista israeliano di Tel Aviv (classe 1954), autore di documentari,
spot e film di grandi incassi, e sceneggiato da una israelo-palestinese,
ecco una storia complicata e semplice insieme, tra denuncia politica e
umorismo (un "teatrino dell'assurdo"). Il tema centrale è
quello delle divisioni che ancora lacerano il mondo e il Medio Oriente
in particolare. Qui, però, le frontiere non sono viste soltanto
come linee di confine o di passaggio ma come punti di non ritorno. Sembrano,
infatti, dogane invalicabili, anche se non assoluti o astratti perché
sono il risultato burocratico di conflitti politici, storici o geografici,
quindi superabili. «Con modi semplici che rimandano al cinema più
riuscito e dolceamaro di Luigi Zampa o a certi sorrisi malinconici di
Emir Kusturica, La sposa siriana infatti "denuda" i confini.
E li rivela per ciò che realmente sono: invenzioni di poco conto.
Monumenti all'incomprensibilità kafkiana. Robetta fondamentale
solo per omini piccoli. E incancreniti sulle proprie posizioni»
(E. Cozzi, "Cineforum", n.447, agosto/settembre 2005).
La forte qualità della struttura corale del film (esattamente come
della troupe, composta da attori e tecnici palestinesi, ebrei e francesi)
sta poi nel saper coniugare le divisioni e le aspirazioni alla libertà
all'interno della famiglia di Mona, i confini "mentali ed emotivi"
con quelli politico-territoriali di Paesi in guerra. Contrapposti, qui,
non sono soltanto Israele e Siria ma anche i drusi apolidi nei territori
occupati e gli altri, i giovani e gli anziani, le mogli e i mariti, i
figli e i padri. Ogni personaggio ha, così, il suo percorso narrativo
e psicologico, degno di analisi e riflessioni, che s'intreccia con quello
degli altri e con quello più generale. Con una grande ricchezza
di dettagli, di caratteri maggiori e minori, tutti sono egualmente tratteggiati
con sottostorie credibili e ben sviluppate: il padre, il fratello figliol
prodigo con moglie straniera e figlio, l'altro fratello dongiovanni, la
sorella sposata in crisi con il marito e ansiosa di laurearsi con figlia
ribelle, la Croce Rossa Internazionale in panne, l'impiegato alla frontiera
determinato quanto comprensivo, il fotografo di matrimoni, il poliziotto
antagonista del padre, ecc.. In tal modo, il racconto di una famiglia
particolare, specifica per tradizioni, pregiudizi e contrasti, cultura
e storia, diventa d'interesse universale, simile a tante altre famiglie,
a molte altre situazioni.
Spunti
di riflessione
*Aspirazione alla libertà, alla tolleranza e il dramma dei confini:
tra Paesi, culture, generazioni, in classe, in famiglia.
*Il ruolo del matrimonio, rito di passaggio da una condizione a un'altra,
dalla famiglia d'origine a una nuova, assume qui le sue connotazioni più
estreme, anche psicologiche, su cui riflettere e sviluppare il confronto:
la separazione dai cari, la crescita più o meno improvvisa, l'incontro
con il partner come "altro" da sé o vero e proprio straniero,
il dialogo con culture o religioni diverse.
*Il rapporto uomo/donna è declinato qui in modi diversi: al centro
c'è, però, l'occhio femminile in quanto sguardo di "confine".
Innanzitutto tra Mona, timida e dimessa, con lo sposo sconosciuto, famoso
e pieno di sé. Poi tra la matura Amal, capace di intervenire nei
conflitti della famiglia e nei rapporti difficili tra il padre e il poliziotto,
accollandosi umiliazioni e difficoltà, così pronta a emanciparsi
dal marito. E ancora: tra la figlia di Amal e i suoi genitori; tra il
padre-padrone e le donne di casa, in particolare la nuora, considerata
una straniera a tutti gli effetti. E, più in generale, nella comunità
dei drusi con gli anziani del villaggio che mantengono, ancor oggi, intatto
il loro potere patriarcale e la loro tradizione, chiudendosi al diverso
e al nuovo.
*La funzione dell'immaginario (letteratura, cinema, musica) oggi nei Paesi
segnati da gravi conflitti o condizioni drammatiche (per esempio, Israele,
Balcani, Paesi Arabi).
Percorsi
didattici
*Quella del film è una storia emblematica in cui si dimostra quanto
i luoghi contino per dar rilievo alle storie. Quindi, ogni rimando alla
letteratura nazionale e straniera, come a quella contemporanea israeliana
(Yehoshua, per esempio), può tracciare un percorso per superare
i confini del film e attraversare differenze o analogie con altre situazioni
nel mondo, altri linguaggi e altri racconti. Soprattutto alla ricerca
dell'importanza dei luoghi.
*Impegnarsi in un'indagine geopolitica: approfondire i problemi che fanno
da sfondo al film con la cronistoria del passato ma anche alla luce degli
eventi più recenti per una pace stabile tra Israele e Palestina.
*Confrontare il film con produzioni di altre cinematografie di frontiera
(con storie, stili e autori diversi tra loro) come quella balcanica (Kusturica,
Tanovic), russa o israeliana (Gitai). Laddove, cioè, in situazioni
analoghe, si possono mescolare «ottimismo e pessimismo», come
dichiara il regista.
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