SANS MOI (Senza di me)
Regia: Danilo Catti Durata: 75’ Origine: Svizzera, 2005

Jeremy, Maria, Teodora, Saray, Rana e Claudia hanno tentato il suicidio. Ricoverati per un breve periodo di tempo all’UCA, un’unità di crisi per adolescenti legata all’Ospedale Cantonale di Ginevra, cercano di trovare un senso al loro gesto. Il documentario li segue nella loro esperienza all’UCA e poi li va a ricercare 18 mesi dopo per tentare un bilancio dell’esperienza che prevede anche un supporto psicologico esterno di durata variabile. Due di loro non risponderanno all’appello preferendo non parlare.

Un’adolescente in lacrime e un uomo che la guarda. Entrambi in silenzio. Così inizia il documentario di Danilo Catti. E’ il primo degli incontri che si trasformeranno in dialoghi tra i terapeuti e i giovani che hanno tentato di uccidersi.
Il suicidio è la prima causa di mortalità giovanile in Svizzera e il documentario intende interrogarsi su uno dei più resistenti tabù della nostra società: dei suicidi giovanili si preferisce non parlare per una molteplicità di motivi.
Tra i giovani c’è chi dice di avere preso una dose eccessiva di pastiglie solo per avere una motivazione valida per essere accolta all’UCA e chi invece dichiara di avere già ben chiaro in mente come si suiciderà. Progressivamente emergono sia il metodo utilizzato per aiutare i ragazzi sia i loro percorsi individuali. Le vicende che li hanno portati lì non vengono ‘descritte’ o ‘raccontate’. Emergono un po’ per volta, senza forzature e senza interrogatori. Si evidenzia così il ruolo delle famiglie con madri che sono figlie delle loro figlie, con padri disturbanti seppure non ‘cattivi’ ecc... Il regista accompagna i colloqui e le descrizioni con una macchina da presa discreta, che non invade mai lo spazio riservato al dialogo intimo ma cerca di registrare in uno sguardo o in un gesto quasi impercettibili i movimenti interiori.
Diventano così particolarmente significative le più o meno evidenti tracce di mutamento che possiamo riscontrare nei 4 ragazzi che accettano di parlare nuovamente di sé a 18 mesi di distanza. Sui loro volti, nelle loro parole, nei toni in cui vengono pronunciate si possono intuire gli ostacoli superati e quelli ancora da affrontare in un percorso che ha al centro la ricerca di una ‘buona vita’.

 

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