ANALISI
DELLA STRUTTURA Osama
è un nome potente, anche quando fugge da una rappresentazione concreta.
Osama è evocazione terribile dellorrore puro, quasi unastrazione,
che ha perso i tratti di Bin Laden. Se un nome definisce e descrive chi lo
porta (così era in epoche lontane e ancora oggi in culture lontane dalla
nostra), allora la protagonista del film di Barmak dovrebbe incarnare il male
allo stato puro. Invece lintento di chi le cuce addosso quel nome è
più semplice: tenerla lontana dai sospetti che potrebbero svelare un inganno
mortale: un nome non proprio che non solo bleffa sulla natura della ragazzina,
ma addirittura maschera il suo essere donna in un mondo omocentrico. Nel
2001 - racconta il regista - un profugo afgano di Peshawar mi mostrò la
lettera di un professore di Kabul. Raccontava la storia di una ragazza così
testarda da decidere, pur di andare a scuola quando la cosa era proibita dai talebani,
di travestirsi da ragazzo e tagliarsi i lunghi capelli. La storia mi colpì
e pensai subito che era lo spunto ideale per un film. Osama, premiato
con il Golden Globe 2004 (miglior film straniero) e con la Camera dOr, menzione
speciale, alla Quinzaine des Realisateurs a Cannes 2003, è nato ed è
la storia di una menzogna costruita per sfuggire a una prigionia. Menzogna
e prigione. Sono i temi ricorrenti non solo nel film di Barmak, rappresentante
di una cinematografia che tenta di emergere dopo gli oscuramenti talebani (oggi
in Afghanistan ci sono appena 35 sale), ma di tante pellicole di autori iraniani
come Panahi e Makhmalbaf. Se esistono delle somiglianze con Viaggio a Kandahar
(ma pensiamo anche a Il Cerchio), è perché la realtà brutale,
il clima culturale repressivo, è esattamente lo stesso, basato appunto
sulla menzogna che vuole la donna quale creatura/oggetto (il nascere donna visto
come una maledizione), il cui compito è procreare e accudire casa e famiglia,
prigioniera della gabbia costruita dalluomo (dalle mura domestiche al burka).
Nel film di Makhmalbaf emergeva come la negazione del volto femminile era negazione
dello sguardo libero, costretto invece a osservare il mondo attraverso la griglia
di tessuto del burka. La donna esisteva certo, con un corpo reale, di carne, magari
ornato da trucco e bracciali, ma pur sempre celato come fosse un corpo peccaminoso
per il solo fatto di esistere. Cè chi avvicina questi film/denuncia
al neorealismo, chi ne riconosce la matrice documentaristica quasi fosse un marchio
di fabbrica. In certa misura vale anche per Osama, che parte con la messa in scena
di una manifestazione di donne afgane, che chiedono lavoro per sfamare le proprie
famiglie, riprese da un operatore documentarista. Sia lui che molte delle manifestanti
vengono arrestati dai talebani che dileguano il corteo, riaffermando lidea
di una donna a cui non sono riconosciuti dignità e ruolo sociale. La madre
di Maria opera clandestinamente da infermiera senza essere pagata, rischiando
il carcere per il solo fatto di essere uscita senza avere a fianco un uomo. La
femminilità non esiste in questo universo chiuso e avvitato sulle cieche
leggi talebane, dove è punibile anche solo mostrare un piede nudo. Così
la scelta di trasformare Maria in un ragazzo non solo è sofferta, ma anche
rischiosa; sottopone la ragazza a una violenza psicologica profonda, nel momento
in cui unaltra trasformazione è in corso: il passaggio dallinfanzia
alladolescenza, quando il fisico si modella sulle forme di una donna e si
precisa una femminilità adulta. Ma soprattutto percepiamo la condanna a
una violenza ancora più brutale e inevitabile: la punizione dopo lo svelamento
dellinganno. Il film, che inizia come un finto documentario, diventa poco
alla volta un insopportabile - per noi impotenti spettatori - conto alla rovescia,
scandito fotogramma dopo fotogramma, nellattesa che Maria, divenuta Osama,
tradisca il suo essere donna, soprattutto quando, insieme ad altri ragazzi, è
costretta a trasferirsi nella scuola coranica (pare di assistere allo spietato
accerchiamento di una gazzella che si finge leone in mezzo ad altri leoni). È
solo questione di tempo prima che la natura stessa della creatura ne manifesti
i reali caratteri: per Osama è la perdita del primo sangue mestruale, che
ne decreta lessere donna, non come manifestazione meravigliosa (inconcepibile!),
ma come condanna a morte. La grazia concessale dal tribunale talebano, che
apre la parte conclusiva del film e se vogliamo più spietata, arriva per
intercessione del Mullah, attratto dal fiore della giovinezza di Maria, che ne
fa la sua nuova sposa, una fra le tante di un numeroso harem. Altra prigione,
altra violenza, altra menzogna: ovvero il servire un uomo come opportunità
di esprimere il proprio essere al mondo o, peggio, per spiegare, per dare una
ragione alla propria esistenza. E per non correre il rischio che questa vada sprecata
sulle ali di inutili sogni di emancipazione, a Maria viene offerta la possibilità
di scegliersi il lucchetto che la ingabbierà nella sua stanza in assenza
del padrone. Si vedrà a un certo punto Maria/Osama saltare la corda
dietro delle sbarre. Ha dichiarato il regista, che allorigine lazione
doveva svolgersi allesterno. In realtà poi il desiderio di denuncia
lo ha portato a decidere diversamente, creando questa metafora visiva molto forte
ed esplicita. Del resto Siddiq Barmak conosce la repressione e il soffocamento
delle libertà. I suoi cortometraggi e i documentari furono sequestrati
durante il regime talebano e solo adesso, che la situazione pare parzialmente
mutata, è riuscito, grazie alla collaborazione di Mohsen Makhmalkbaf, ad
avviare alcuni progetti cinematografici. La convinzione che un popolo possa uscire
da un momento di oscurantismo attraverso lalfabetizzazione (oggi in Afghanistan
esistono 8 analfabeti su 10) e una politica di potenziamento culturale hanno portato
Barmak a dirigere lACEM, Afghan Childrens Education Movement. Ha dichiarato:
LAfghanistan del dopo talebani è un deserto culturale. Tutti
i cineasti, gli studiosi, gli intellettuali e i tecnici hanno lasciato il paese,
non ci sono risorse né economiche né tecnologiche. (
) siamo
comunque determinati a far rivivere la nostra cultura cinematografica dopo tutto
il silenzio a cui siamo stati costretti. (Le dichiarazioni del regista sono
apparse su Io donna del 26/01/04). |