ANALISI DELLA STRUTTURA

Io non sono più io; per lo meno non si tratta dello stesso io interiore. Quel vagare senza meta per la nostra Maiuscola America mi ha cambiato più di quanto credessi
(Ernesto Guevara Latinoamericana)

Ispirandosi a due diversi resoconti, Latinoamericana di Ernesto Che Guevara (Feltrinelli) e Un gitano solitario di Alberto Granado (Sperling & Kupfer) e a molte altre fonti (in particolare la biografia del Che dello scrittore messicano Paco Ignacio Taibo), il regista brasiliano Walter Salles ripercorre i suggestivi luoghi reali delle tappe del viaggio di oltre 10 mila chilometri intrapreso da Ernesto Guevara e Alberto Granado (nella prima parte a bordo di una mitica moto, la Poderosa, una Norton 500 del 1939) nei primi sette mesi del 1952.
In moto, in autostop, in battello o a piedi, Ernesto e Alberto (interpretati con bravura da Gael Garcia Bernal e Rodrigo de la Serna) vanno da Buenos Aires a Caracas attraversando Argentina, Cile, Perù, Colombia e Venezuela e scoprendo via via le bellezze naturali, le vestigia antiche e la faccia triste dell’America moderna, ovvero gli indios sull’orlo dell’estinzione, i disoccupati, i perseguitati politici e i malati del lebbrosario di San Pablo sul Rio delle Amazzoni.
Il pregio del film (sostenuto come produttore da Robert Redford, ma anche da Gianni Minà che comprò i diritti cinematografici del diario di viaggio del Che) è che non pretende di fare l’agiografia di un eroe. “ Questo è soltanto un viaggio simile a quello che tutti abbiamo fatto o avremmo voluto fare quando ne avevamo l’età. In quel preciso momento della vita nel quale si viaggia per viaggiare, lasciandoci alle spalle i dolori degli strappi piccoli o grandi e in realtà imparando da ciò che la vita ci mette davanti”. (Tullio Kezich)
Una delle caratteristiche della regia di Salles è la sobrietà, anche visiva, e l’attenzione alle fonti. Nessun riferimento alle future imprese del Che. Salles e il suo sceneggiatore José Rivera scelgono toni medi, privilegiano certi incontri (la nottata passata con il minatore disoccupato, la visita alla anziana signora in fin di vita,…). Sono incontri, d’altronde, importanti anche nei diari del Che.
Salles costruisce con sguardo incantato (anche grazie alla fotografia di Eric Gautier in Super 16 mm, che addolcisce colori e tonalità) un film divertente e polveroso, in cui l’educazione sentimentale va di pari passo con quella etica, e pedina i due personaggi lungo un road movie dai panorami meravigliosi e tristi, dall’incontro con i volti intensi degli indigeni, fino alla consapevolezza finale dei propri destini.
Una piccola ma geniale invenzione di regia è la scelta, a un certo punto del viaggio, di mostrare immagini fotografiche in bianco e nero dei volti delle persone incontrate, come fermo-immagine di un processo di avvicinamento alla popolazione e alle sue condizioni.
Il viaggio non simboleggia la fuga dalla realtà o dal quotidiano, ma funge da percorso di formazione di una coscienza politica e civile; un’esplorazione avventurosa alla scoperta dell’America latina che permette ai due giovani amici di riappropriarsi delle proprie origini, e di scoprire sé stessi toccando con mano una realtà fatta di povertà, arretratezza, ingiustizie e soprusi storici.
La macchina da presa di Salles avvicina progressivamente il suo sguardo a quello di Ernesto, soprannominato Fuser, sembra farci entrare nella sua testa ma poi si ritrae come a suggerire un impercettibile movimento intrusivo nei pensieri e mutamenti della sua coscienza .
Il viaggio è fatto di tanti piccoli episodi:
“L’amore di Ernesto e Chichina (Mia Maestro), le avventure veloci di Alberto, gli stratagemmi per rimediare un pranzo e un letto, la neve inaspettata sulle montagne del Cile, la fuga da un marito ubriaco e geloso: tutto arriva e tutto scorre via, nell’ingenuità di un tempo che sembra ostinarsi a non conoscere direzione e senso. E tuttavia, di settimana in settimana, il viaggio cerca e trova la sua direzione e il suo senso. Capita per esempio che i due amici arrivino a Macchu Picchu, e che vedano quel che resta d’una grandezza ormai morta. E capita anche, semplicemente, che vedano gli uomini e le donne, nelle strade e nei mercati: volti e voci che, d’improvviso, non sono più lontani, e che costringono a interrogarsi. Un uomo e una donna vedono sopra tutti gli altri: costretti a fuggire, derubati della loro stessa casa, agli occhi di Ernesto e di Alberto sono una domanda di carne e di sangue. Come si può non prender partito, come si può non “prendersene cura”, se si vuole restare umani? Ora davvero i due viaggiatori han varcato una soglia. Si sono persi nel continente che credevano di conoscere, ma di cui conoscevano solo la carta geografica. Si sono disorientati. Ed è stato proprio quel che hanno visto a farli perdere, a disorientarli. Ora per loro si tratta di ritrovarsi, e dunque di cominciare ad avere un futuro, nella serietà della vita adulta. Ma non sarà lo stesso futuro, ne sarà lo stesso “prendersi cura”. Uno, Alberto, sceglierà la via più normale, più oscura: in ospedale, giorno dopo giorno, a tentare e ritentare, nella faticosa speranza d’essere utile. (…) Ernesto è più sofferente e più duro. Ed è più preoccupato della verità, che gli sembra più importante degli uomini e delle donne a cui la dice, e più della sua stessa vita. Che sia la sua, la scelta giusta, o che sia invece quella di Ernesto, in ogni caso i due viaggiatori han finito per trovare il senso del loro viaggio.” (Roberto Escobar)
Essenziale e simbolico, anche se un po’ troppo caricato dalla sceneggiatura, è il soggiorno dei due ragazzi a San Pablo sul Rio delle Amazzoni in Perù, dove si fermeranno tre settimane, nel giugno del 1952. Lì c’è un grande sanatorio per lebbrosi, malati che vivono nelle loro tipiche casette nella selva, indipendenti. Ernesto rifiuta i guanti protettivi perché sa che la lebbra non è infettiva, convince una ragazza a farsi operare, gioca al calcio con i malati, subisce il ricatto delle suore, niente messa niente cibo, e la sera del suo compleanno, visto che tra i sani e i malati passa il grande fiume, malgrado l’asma decide di attraversarlo a nuoto, per stare con i suoi amati lebbrosi.
Il film termina con un primo piano intenso del volto scolpito dalle rughe del vero e oggi anziano Alberto Granado e i titoli di coda ci mostrano le vere fotografie del Che e del suo compagno in quel viaggio di gioventù.

INTERVISTA CON IL REGISTA

Cosa l’ha attratta in questo progetto?
Il fatto che I diari della motocicletta rivelino una geografia umana e fisica pertinente all’America Latina e che sia, allo stesso tempo, uno straordinario film sulla crescita, la storia di due giovani uomini che trovano il loro posto nel mondo. I diari della motocicletta può essere visto come un rito di passaggio, un viaggio attraverso un continente che definirà totalmente, sia sul piano emotivo che su quello politico, chi diventeranno questi due giovani uomini.

Può parlarci delle ricerche che ha dovuto fare per girare questo film?
La fase di ricerca è durata più di due anni. José Rivera (lo sceneggiatore) ed io abbiamo letto tutte le biografie che sono state scritte su Ernesto Guevara, inclusa quella che per me si è rivelata la più interessante, quella dello scrittore messicano Paco Ignazio Taibo. Sono andato a Cuba parecchie volte per incontrare Alberto Granado, un giovanotto di 82 anni, e la famiglia di Ernesto Guevara. Il sostegno della sua vedova, Aleida, e dei suoi tre figli è stato molto importante per farci andare avanti. Alla fine, ho ritracciato il viaggio in motocicletta e perlustrato ampiamente l’Argentina, il Cile e il Perù: ho viaggiato in Patagonia, attraversato le Ande e il deserto dell’Atacama, sono entrato nel bacino del Rio delle Amazzoni, raggiungendo alla fine la colonia di lebbrosi di San Pablo, vicino a Iquitos, in Perù.

Come descriverebbe il film: è un film di avventura, di amicizia, o un road movie?
I diari della motocicletta è la storia di due giovani uomini che partono per un viaggio avventuroso attraverso un continente sconosciuto, e questo viaggio di scoperta diventa anche una scoperta di sé. Questo è un film sulle scelte emotive e politiche che dobbiamo fare nella vita. E’ anche un film sull’amicizia, sulla solidarietà. E infine è un film sul trovare il proprio posto nel mondo, un mondo per il quale valga la pena di lottare .

Considera questo film un documentario?
E’ un film ispirato dagli eventi che accaddero nel 1952 nella vita di Ernesto Guevara e Alberto Granado. Non è, però, un documentario su quell’avventura. Quello che si prefigge è conservare lo spirito originale del viaggio fatto su La Poderosa. Il viaggio di Alberto ed Ernesto fu caratterizzato dagli incontri che fecero lungo la strada, e ho cercato di tener viva questa qualità in questo film. In posti come Cuzco o Machu Picchu, per esempio, abbiamo incoraggiato gli attori a mescolarsi con la gente che incontravano per la strada, come avrebbero fatto Alberto ed Ernesto cinquant’anni fa. Questo materiale di pura improvvisazione sarà mischiato con la sceneggiatura più strutturata di José Rivera.

Che impatto pensa abbia avuto questo viaggio sulla carriera politica successiva di Guevara?
I diari della motocicletta è un film su Ernesto Guevara prima che diventasse ‘El Che’. Questa definizione, comunque, non è mia, e mi è stata consegnata da suo figlio Camilo. D’altra parte, Alberto ci ha raccontato molte volte quanto sia stato decisivo questo viaggio per entrambi gli amici e quanto li abbia aiutati a determinare il loro futuro. Bisogna ricordare che quella era la prima volta che si avventuravano attraverso il continente. La prima volta che si confrontavano con i resti della cultura Inca, con le opere teoretiche di pensatori latinoamericani come Mariategui. Questi input così straordinari e vari certamente li aiutarono a ripensare la loro comprensione del mondo che li circondava.

Può descrivere i vari paesi e località che avete attraversato? Quanto è stato fedele nella scelta delle location originali nelle quali loro viaggiarono?
Abbiamo girato in più di trenta location, in Argentina, Cile, e Perù. Abbiamo sopportato temperature molto inferiori allo zero sulle Ande, e superiori ai 45 gradi Celsius sul Rio delle Amazzoni. Abbiamo utilizzato il più possibile le location originali che Ernesto e Alberto attraversarono. Ampia parte delle location più distanti, in realtà, non sono state drammaticamente trasformate da quello che conosciamo come “progresso”. E quando non abbiamo potuto usare una location, abbiamo cercato di trovare alternative molto simili ai luoghi che i nostri amici attraversarono in sella a La Poderosa. La massiccia ricerca condotta da Carlos Conti, il nostro scenografo, è stata molto importante in questo senso.

Quali sono stati I momenti più duri delle riprese? E i momenti migliori?
La parte più affascinante del viaggio per me è stata quella nel lebbrosario di San Pablo, al centro del Rio delle Amazzoni. Questo è il luogo in cui Ernesto e Alberto passarono più di tre settimane del loro viaggio ed entrarono in una realtà drasticamente diversa da tutto ciò che avevano trovato altrove. Molti di quelli che hanno interpretato i lebbrosi nel film erano stati pazienti della vera colonia di lebbrosi, e questo ha garantito una gravità e uno spessore ulteriore al nostro lavoro. D’altra parte, girare sul Rio delle Amazzoni è estremamente duro, a causa del caldo, dell’umidità, dell’impossibilità di prevedere il tempo. Bisogna accettare il fatto che la natura che ti circonda è molto più forte di qualsiasi risorsa umana, devi sottostare a quello che gli dei cinematografici ti regalano ogni singolo giorno.